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World Press Photo 2026: 18 immagini che raccontano il nostro tempo, tra conflitto, clima, potere e resistenza

Pubblicato il 10 Aprile 2026


Ci sono raccolte fotografiche che si guardano in pochi minuti e si dimenticano in fretta. E poi ci sono selezioni come quella del World Press Photo 2026, che non funzionano come una semplice galleria di immagini premiate, ma come un archivio morale del presente. Quello che emerge da queste fotografie non è soltanto un riassunto visivo dell’ultimo anno: è piuttosto una radiografia del mondo, fatta di fratture, ingiustizie, paure collettive, ma anche di dignità, ostinazione e sopravvivenza. La forza del concorso sta proprio qui: nel prendere eventi lontani, a volte persino incomprensibili nella loro scala, e riportarli al livello umano, dove tutto torna a essere leggibile attraverso i corpi, i luoghi, i gesti, gli sguardi.

L’edizione 2026 è particolarmente intensa perché mette in fila alcuni dei nodi più urgenti della contemporaneità. Nelle immagini premiate convivono crisi climatiche, repressione politica, migrazioni forzate, collasso dei servizi pubblici, militarizzazione dello spazio civile, esclusione sociale, perdita, lutto, e insieme anche il bisogno di restare vivi, di prendere parola, di occupare uno spazio negato. Il concorso, organizzato per aree geografiche, continua inoltre a insistere su una pluralità di sguardi: nel 2026, 31 dei 42 autori premiati provengono dagli stessi contesti che raccontano, un dato importante perché riduce la distanza tra chi osserva e chi viene osservato.

Queste 18 immagini scelte da Wired non costruiscono un racconto lineare. Non c’è un solo tema, non c’è un solo continente, non c’è un’unica chiave di lettura. Eppure, guardandole una dopo l’altra, compare con chiarezza una verità: il nostro tempo è segnato da una tensione continua tra forze che comprimono la vita e persone che cercano comunque di espandere il proprio margine di esistenza. In alcuni casi la scena è apertamente tragica; in altri, invece, il conflitto è più sottile, quasi invisibile. Ma in ogni immagine c’è qualcosa che ci riguarda: il rapporto tra potere e vulnerabilità, tra identità e appartenenza, tra memoria e futuro.


Chantal Pinzi, Panos Pictures
Chantal Pinzi, Panos Pictures

1) Farīsāt: Le figlie della polvere da sparo

Questa immagine di Chantal Pinzi porta dentro una tradizione marocchina antica e spettacolare, la tbourida, una coreografia equestre che richiama la cavalleria e la guerra, riconosciuta anche dall’Unesco. Ma la fotografia non parla solo di cavalli, costumi e rituale. Parla soprattutto di accesso. Per secoli, quello è stato uno spazio quasi interamente maschile; oggi invece alcune donne hanno deciso di entrarci, sostenendo costi economici e personali elevati pur di esserci. Wired ricorda che le compagnie interamente femminili sono sette su circa trecento. L’immagine allora smette di essere folkloristica e diventa politica: mostra il momento esatto in cui il rischio, il corpo e la determinazione femminile entrano in un patrimonio culturale da cui erano state tenute fuori. (Wired Italia)


Chantal Pinzi, Panos Pictures
Ihsaan Haffejee, per GroundUp

2) Joburg Ballet School

Dietro le quinte di uno spettacolo di fine anno, un gruppo di giovani ballerine sudafricane apre un altro fronte del cambiamento: quello dell’accesso simbolico. In Sudafrica, durante l’apartheid, il balletto era associato a una cultura bianca, esclusiva, non pensata per i neri e per le classi popolari. La Joburg Ballet School, con sedi anche nei quartieri storicamente più marginalizzati, interviene proprio su questa barriera. La fotografia non racconta solo una lezione di danza: racconta il momento in cui qualcosa che sembrava riservato a pochi diventa finalmente immaginabile per altri. Il valore dello scatto sta tutto lì, nel trasformare una scena apparentemente lieve in una dichiarazione sociale profonda.


Luis Tato, Agence France-Presse
Luis Tato, Agence France-Presse

3) Le proteste della Generazione Z in Madagascar

Qui il presente esplode in forma politica. Lo studente che impugna una bandiera ispirata a One Piece non è un dettaglio pop, ma un segnale del modo in cui una generazione globale costruisce linguaggi comuni di protesta. In Madagascar, nel 2025, le mobilitazioni studentesche sono cresciute contro corruzione, inefficienza pubblica e crisi economica, fino a innescare un cambio di potere da cui però gli stessi giovani sono poi rimasti esclusi. Questa immagine mette a fuoco una frattura che si ripete in molti paesi: i giovani rompono l’equilibrio politico, ma non sempre partecipano davvero alla scrittura del dopo. Lo scatto, quindi, non fotografa soltanto una rivolta; fotografa anche la distanza tra energia rivoluzionaria e rappresentanza reale.


Edwina Pickles, The Sydney Morning Herald
Edwina Pickles, The Sydney Morning Herald

4) Attacco terroristico di Bondi Beach

Questa fotografia è devastante perché non mostra soltanto la violenza, ma ciò che resta subito dopo: lo shock, il crollo emotivo, la sproporzione tra l’evento e la capacità umana di reggerlo. Al centro c’è un agente di polizia piegato vicino ai corpi di Boris e Sofia Gurman, uccisi durante l’attacco. Secondo il racconto di Wired, la coppia aveva tentato di disarmare uno degli attentatori; un altro uomo, Ahmed al-Ahmed, intervenne a sua volta, contribuendo a rallentare i killer. È un’immagine che parla di terrorismo, antisemitismo e sicurezza pubblica, ma anche di reazione civile. Dentro il trauma, emergono infatti figure che non scappano soltanto: resistono. E questa resistenza, pur tragica, diventa parte integrante del senso della fotografia.


Tyrone Siu, Reuters
Tyrone Siu, Reuters

5) Un appello disperato

Tra tutte, questa è una delle immagini più dure perché concentra il dramma in una sola persona. Il signor Wong urla mentre il complesso residenziale in cui vive brucia, e poco prima ha parlato al telefono con la moglie rimasta intrappolata all’interno. L’incendio di Tai Po, secondo Wired, ha causato 168 morti ed è stato il più letale a Hong Kong dal 1948; le indagini hanno rilevato il ruolo di materiali e strutture infiammabili che hanno aggravato il rogo. Qui il fotogiornalismo fa qualcosa di fondamentale: strappa la tragedia alla statistica. Non è più “un incendio con molte vittime”, ma un uomo che sta perdendo tutto in tempo reale. È in questa trasformazione del numero in presenza umana che l’immagine trova la sua potenza.


Aaron Favila, Associated Press
Aaron Favila, Associated Press

6) Matrimonio nell’alluvione

Una sposa che entra in una chiesa allagata può sembrare quasi una scena simbolica costruita apposta. In realtà è proprio il contrario: è la realtà che supera la metafora. Quando il tifone Wipha ha colpito le Filippine, la coppia protagonista ha deciso di non annullare le nozze. Il risultato è una fotografia sospesa tra romanticismo e disastro, in cui l’amore non cancella la crisi climatica ma la attraversa. Bulacan, ricorda Wired, è una provincia fortemente esposta alle alluvioni, aggravate da infrastrutture inadeguate, uso eccessivo delle falde e cambiamento climatico. L’immagine diventa così molto più di un episodio curioso: mostra come gli eventi estremi non interrompano soltanto l’eccezionale, ma invadano la quotidianità, i riti, le promesse, i giorni che dovrebbero restare intatti.


Paula Hornickel
Paula Hornickel

7) Emma, il robot sociale

Questa fotografia apre un tema meno spettacolare ma molto attuale: il rapporto tra invecchiamento, solitudine e tecnologia. Waltraud parla con Emma, un robot capace di riconoscere volti e ricordare conversazioni precedenti. In Germania, le case di cura devono fare i conti insieme con la carenza di personale e con un forte isolamento emotivo degli ospiti; Wired cita uno studio del 2023 secondo cui un anziano su cinque sopra gli 80 anni si definisce gravemente solo. Lo scatto è interessante perché non propone una visione semplicistica del progresso. Non celebra il robot come soluzione miracolosa, ma documenta una relazione ambigua: utile, perfino affettiva, eppure insufficiente rispetto al bisogno di contatto umano. È la fotografia di una società che cerca rimedi tecnici a un vuoto relazionale sempre più grande.


Roie Galitz
Roie Galitz

8) Orso polare su capodoglio

L’immagine dell’orsa polare che si nutre della carcassa di un capodoglio ha una forza quasi mitologica. Eppure la sua importanza è scientifica e politica prima ancora che estetica. Gli orsi polari, spiega Wired, dipendono in larga parte dalla caccia alle foche; con il ritiro del ghiaccio estivo, però, questa possibilità si restringe e gli animali sono costretti a ricorrere sempre più spesso alla ricerca di carcasse. Nelle Svalbard, la stagione senza ghiaccio si è allungata di 20 settimane negli ultimi 30 anni. Quello che vediamo, quindi, non è soltanto un incontro raro, ma una scena che rende visibile il riassetto forzato degli ecosistemi. La fotografia ci ricorda che il clima non cambia in astratto: cambia il comportamento animale, la disponibilità di cibo, le rotte, le probabilità di sopravvivenza.


Brais Lorenzo, EFE, Revista 5W, El País
Brais Lorenzo, EFE, Revista 5W, El País

9) Terra bruciata

Le fiamme che divorano la Galizia non sono solo una catastrofe naturale. Sono il risultato di più fattori intrecciati: siccità, calore estremo, abbandono delle aree rurali, cattiva gestione forestale, diffusione di specie altamente infiammabili. Wired ricorda che nel 2025 più di 200 mila ettari sono andati in fumo in Galizia durante la peggiore stagione degli incendi in Spagna degli ultimi trent’anni. La fotografia di Brais Lorenzo non mostra semplicemente un incendio enorme; mostra un paesaggio che diventa impossibile da abitare, un territorio che sembra rivoltarsi contro chi lo abita. È una delle immagini che meglio sintetizzano la crisi climatica europea: non un’ipotesi futura, ma una trasformazione già in atto, visibile, respirabile, distruttiva.


Alex Kent, per il New York Times
Alex Kent, per il New York Times

10) Proteste pro-Palestina alla Columbia University

L’arresto di Jesse Pearce fuori dalla cerimonia di laurea alla Columbia University concentra in una sola scena una delle tensioni più forti degli Stati Uniti contemporanei: quella tra libertà di espressione, pressione politica e autonomia delle istituzioni accademiche. Wired racconta che l’amministrazione Trump ha sospeso 400 milioni di dollari di finanziamenti federali, contribuendo a una repressione delle proteste pro-Palestina nel campus. In questa immagine, il conflitto internazionale entra nello spazio universitario e lo trasforma. Non si tratta solo di studenti che manifestano, ma di un’intera istituzione trascinata dentro una battaglia simbolica e materiale. La fotografia mostra quanto rapidamente i campus possano diventare laboratori di scontro sul dissenso, sulla cittadinanza e sui confini del diritto di protesta.


César Rodríguez, Croce Rossa Norvegese, SNCA, The New York Times
César Rodríguez, Croce Rossa Norvegese, SNCA, The New York Times

11) Messico, un clima che cambia

La fila per l’acqua a Monterrey è una delle immagini più efficaci dell’emergenza climatica perché non ha bisogno di effetti visivi estremi. Non ci sono fiamme, non c’è una tempesta, non c’è una rovina spettacolare. C’è invece qualcosa di più sottile e forse più inquietante: l’organizzazione quotidiana della scarsità. Wired riporta che il 52% del territorio messicano è in area arida o semi-arida, e che negli ultimi due decenni circa 2,7 milioni di persone sono state sfollate internamente per cause ambientali; la cifra potrebbe salire fino a 8 milioni entro il 2050. In questo quadro, la sete non è solo un’emergenza locale ma il sintomo di un equilibrio ecologico e sociale che si sta spezzando. La fotografia rende visibile proprio questa normalizzazione della crisi.


Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, per Miami Herald
Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, per Miami Herald

12) Arresti dell’ICE presso il tribunale di New York

Una guardia di sicurezza in lacrime mentre assiste alla separazione di una famiglia ha una potenza particolare perché mostra il trauma non solo dal lato delle vittime dirette, ma anche da quello di chi è costretto a stare nel mezzo. Wired spiega che nel 2025 i tribunali statunitensi sono diventati nodi centrali delle operazioni di deportazione di massa: agenti dell’ICE arrestavano migranti senza documenti subito dopo le udienze, provocando separazioni familiari e forte tensione pubblica. La fotografia rende palpabile l’effetto corrosivo di queste pratiche sugli spazi istituzionali. Il tribunale, che dovrebbe essere luogo di tutela e procedura, diventa teatro di paura. E il volto della guardia mostra che la violenza amministrativa non resta mai davvero astratta: investe tutti i corpi presenti, anche quelli che formalmente non sono il bersaglio diretto.


Tadeo Bourbon, per Revista Mu
Tadeo Bourbon, per Revista Mu

13) L’Argentina di Milei

L’arresto di padre Jorge “Chueco” Romero durante una protesta di pensionati è un’immagine che unisce austerità economica, repressione e crisi sociale. Secondo Wired, in Argentina le politiche adottate per contenere un’inflazione attorno al 200% hanno spinto molti anziani in condizioni estremamente fragili: pensioni minime intorno ai 300 dollari, costo della vita superiore, rinuncia a cure mediche e beni essenziali. La presenza del clero accanto ai pensionati segnala che qui non siamo davanti a una semplice vertenza settoriale, ma a una ferita pubblica più ampia. La fotografia funziona proprio perché mostra il momento in cui il disagio economico si trasforma in conflitto visibile, e il conflitto visibile viene subito trattato come problema di ordine pubblico.


Eduardo Anizelli, Folha de S.Paulo
Eduardo Anizelli, Folha de S.Paulo

14) Coloro che portano i morti

Questa immagine è forse una delle più dure sul piano politico. A Rio de Janeiro, dopo una gigantesca operazione di polizia contro il Comando Vermelho, operatori comunali lavano via il sangue in una piazza. Wired scrive che il raid, con 2.500 agenti tra forze locali e militari, è stato il più sanguinoso nella storia del Brasile, con 122 morti, in larga maggioranza afro-brasiliani. Ancora più sconvolgente è il fatto che non siano state inviate squadre forensi, lasciando alle comunità il compito materiale ed emotivo di prendersi carico dei propri morti. La fotografia non racconta solo la violenza del raid; racconta anche il modo in cui lo Stato si ritrae subito dopo, scaricando sui quartieri il peso del lutto, della pulizia e della memoria.


Ferley A. Ospina
Ferley A. Ospina

15) Dare un nome all’assenza

Qui il tono cambia radicalmente. Non c’è esplosione, non c’è folla, non c’è scontro aperto. C’è una bambina, Valeria, dietro una tenda, e c’è una storia familiare che parla di mancanza. Wired lega l’immagine a una realtà strutturale della Colombia, dove il fenomeno delle madri single è particolarmente diffuso, ma soprattutto al vissuto personale del fotografo, il cui padre venne assassinato nel 1999. Questo rende la fotografia molto più di un documento sociale: è anche un tentativo di dare forma visiva a un’eredità emotiva, a ciò che resta quando una presenza viene strappata via. La forza dello scatto è nella sua delicatezza. Non urla il dolore: lo lascia sedimentare nell’immagine, e proprio per questo lo rende ancora più incisivo.


Narendra Shrestha, EPA Images
Narendra Shrestha, EPA Images

16) La rivolta della Generazione Z in Nepal

Fuoco e fumo avvolgono Singha Durbar, il cuore del potere nepalese, dopo che i manifestanti hanno preso d’assalto il complesso. La scintilla, secondo Wired, è stata il divieto governativo di 26 piattaforme social imposto il 4 settembre 2025; in due giorni di protesta sono morte 76 persone, in gran parte giovani colpiti dalla polizia. Come nel caso del Madagascar, anche qui la fotografia intercetta qualcosa di più grande del singolo episodio nazionale: l’emersione di una generazione che non accetta più sistemi percepiti come corrotti, chiusi, incapaci di garantire lavoro e prospettiva. L’immagine non va letta solo come scena di caos: è una rappresentazione dell’esaurimento del patto politico tra giovani e istituzioni. Quando quel patto crolla, il potere smette di apparire solido anche nei suoi edifici simbolici.


Diego Ibarra Sánchez
Diego Ibarra Sánchez

17) Istruzione dirottata

La fotografia dei bambini che camminano verso la scuola in Afghanistan apre una riflessione più ampia sul diritto all’istruzione nelle aree di guerra e instabilità. Wired cita una stima delle Nazioni Unite secondo cui 85 milioni dei 234 milioni di bambini in età scolare che vivono in contesti colpiti da conflitti non hanno alcun accesso alla scuola. Il progetto fotografico di Diego Ibarra Sánchez segue questa crisi in diversi paesi e mostra come il collasso educativo non sia un danno collaterale ma una ferita centrale: senza scuola si spezza non solo il presente, ma anche la possibilità di ricostruzione futura. L’immagine dei bambini in cammino è potente proprio perché non mostra ancora la distruzione in modo diretto; mostra invece lo sforzo, la distanza, la fragilità quotidiana di chi deve attraversare il mondo per ottenere ciò che altrove dovrebbe essere normale.


Nicole Tung, VII Photo, per il New York Times

18) Una città siriana si ricostruisce, ma rimane divisa

L’ultima immagine porta a Deir al-Zour, in Siria, dove una famiglia siede fuori da una casa gravemente danneggiata. Qui la guerra non appare nel momento dell’esplosione, ma nel suo dopo: nelle infrastrutture distrutte, negli spazi quotidiani deformati, nella ricostruzione che procede a fatica dentro una città ancora tagliata in due dall’Eufrate e da poteri diversi sulle due sponde. Wired ricorda che circa il 75% delle infrastrutture urbane è stato danneggiato o distrutto. Questa fotografia ha una qualità molto particolare: non racconta soltanto la devastazione, ma l’abitudine forzata a vivere dentro la devastazione. Le persone restano, tornano, si arrangiano, dormono all’aperto, ricominciano. Non perché il trauma sia finito, ma perché la vita, anche in condizioni frammentate, continua a chiedere spazio.


Guardate una dopo l’altra, queste 18 immagini non formano una semplice sequenza di eventi lontani. Costruiscono piuttosto una costellazione di sintomi: il mondo che si surriscalda, la politica che si irrigidisce, gli spazi pubblici che si militarizzano, i diritti che si contraggono, le famiglie che si spezzano, le città che imparano a sopravvivere alla propria rovina. Ma raccontano anche qualcosa di altrettanto decisivo: la capacità delle persone di insistere. Insistere per entrare in una tradizione che le esclude. Insistere per studiare. Insistere per amare, danzare, protestare, tornare, restare. È questa la linea profonda che unisce fotografie tanto diverse tra loro.

Il merito del World Press Photo, ancora una volta, non è quello di offrirci “immagini forti” in senso generico. Il suo valore sta nel selezionare fotografie che sanno tenere insieme testimonianza, composizione e responsabilità pubblica. In un tempo in cui l’informazione è spesso frammentata, accelerata, polarizzata e consumata in modo distratto, il fotogiornalismo conserva una funzione essenziale: fermare il flusso e costringerci a guardare davvero. Non tutto ciò che vediamo ci consola; anzi, quasi nulla qui consola. Ma molte di queste immagini riescono a fare qualcosa di più importante: restituiscono densità a ciò che rischierebbe di diventare puro rumore. (worldpressphoto.org)

Forse è proprio questo il punto finale dell’intera selezione 2026. Le fotografie non risolvono le crisi che mostrano. Non fermano un incendio, non ricostruiscono una città, non annullano una deportazione, non cancellano una repressione, non restituiscono un padre, una moglie, una casa, una stagione climatica perduta. Però impediscono che tutto questo scivoli via senza lasciare traccia. E in un’epoca in cui la velocità tende a consumare anche il dolore, impedire l’oblio è già un atto politico. Per questo le immagini del World Press Photo 2026 non vanno lette come una raccolta di premi. Vanno lette come un invito duro, necessario, a restare presenti davanti al mondo che stiamo costruendo e a quello che stiamo lasciando accadere.